Tiziana D’Acchille
Nel labirinto
Ciampino, d'AC Galleria Comunale d'Arte Contemporanea, 2004
Negli ultimi anni gli artisti che hanno incentrato la propria ricerca sul racconto di una realtà urbana sono stati numerosi, e molti di essi discendono, per così dire, da un filone privilegiato che dal settecento in avanti, mi sia lecito questo estremo spostamento indietro, ha conferito dignità di soggetto artistico anche al dettaglio minimo appartenente alla realtà quotidiana e inserito all’interno di un vero e proprio paesaggio. Questo rivolgimento di attenzione acquista maggiore forza e assume le caratteristiche di un vero e proprio genere nel momento storico in cui emerge appieno la crisi dell’arte aulica, di corte, che abbandona in parte le celebrazioni ufficiali e lascia spazio al racconto dell’uomo contemporaneo, dei suoi limiti e dei suoi enigmi, accompagnato da irrisolte questioni esistenziali e tuttavia ancora grande. Dal momento in cui la pittura ha contemplato l’idea di realizzare dei racconti visivi in cui il protagonista fosse soltanto l’uomo e la sua vita quotidiana, anche la meno nobile, abbiamo quindi assistito alla crisi dei linguaggi, alla disputa talvolta acre e impietosa delle avanguardie, ma mai al definitivo abbandono di questa predilezione per l’universo minimo della quotidianità. Mi piace pensare che il racconto della realtà urbana proposto da Giorgio Ortona nei suoi lavori possa discendere da una tradizione centenaria, sebbene esso trovi la sua collocazione privilegiata all’interno di una fascia di artisti che nello specifico dai primi anni trenta in avanti hanno letteralmente creato un nuovo scenario urbano e umano. Il racconto di Ortona è lucido e tagliente, inquadra un mondo di personaggi fissati al quadro da una luce sempre intensa e abbacinante, come pure una sequenza di quartieri romani visti dall’alto che hanno tutta la potenza espressiva di un cinemascope. I quartieri che ritroviamo ancora una volta sulle tavole sono però ormai lontani dalle immagini cui ci avevano abituato Mafai, Scipione, Melli e poi Vespignani: lontani ormai da quella umanizzazione e poesia del paesaggio urbano tanto cara alla scuola romana, gli scorci urbani di Ortona hanno le forme e i colori di una contemporaneità che sembra averci ipnotizzati e annichiliti con la sua stessa imponenza e il suo irrimediabile disordine, identificandosi sempre più nella metropoli labirintica che lo stesso artista avvicina ambiziosamente ai cretti di Burri. E’ una Roma svuotata di rumore e di caos, in cui l’estetica delle palazzine e dei colori, lontana da ogni idea razionale di piano regolatore, assume i contorni di una forma archetipica, di un labirinto in cui perdersi con la vista per ritrovare poi un filo, una traccia di identità. In questa esperienza pittorica che somiglia sempre più a un viaggio iniziatico l’insito ordine di Ortona contagia però anche la città con le sue asimmetrie e i suoi suburbi assolutamente confusi e architettonicamente ai limiti dell’illeggibile. Gli interni, le figure, gli scorci e i paesaggi appaiono quindi ritagliati da un grande bisturi che ne delinea i contorni sulla sottile punta di matita e ne definisce i colori secondo una tavolozza estremamente pulita e nitida. La vitalità che si esprime nel disordine lo affascina, lo seduce, ma contemporaneamente ne è spaventato, ha bisogno di allontanarsi momentaneamente per poterla registrare sul suo taccuino personale. La strumentazione tecnica dell’architetto Ortona è il mezzo attraverso cui egli ordina, misura, annota il mondo circostante: come i primi scopritori di piante o specie animali riportavano sui loro notes con accurata meticolosità ciò che andavano per la prima volta scoprendo del mondo, così Ortona raccoglie nell’universo pittorico gli oggetti del “suo” mondo. Ma non si tratta soltanto di un occhio clinico, catalogatore, bensì di un occhio partecipe, indagatore che riesce a superare il vuoto che c’è tra la mera sensazione, che pure è la prima modalità di percezione della realtà, e il sentimento, ovvero l’adesione profonda all’oggetto ritratto. Da queste opere traspare quindi, oltre all’annotazione particolareggiata di tutti gli elementi presenti nello spettro visivo, anche un vero e proprio amore per quello che lo sguardo riesce a coprire, come se la realtà potesse prendere effettivamente forma solo dopo un’attenta decodifica. E’ un amore per la catalogazione, primo motore di ogni quadro, amore per il paesaggio urbano, per la chitarra Fender, amore per la figura del padre scomparso: un elemento solo apparentemente in contraddizione con la lucidità estrema dello sguardo, ma che accomuna con tutta evidenza le opere in mostra. I paesaggi romani, reali e virtuali al tempo stesso, dall’idea del vedutismo subito si allontanano per diventare organismi quasi viventi, in cui cromie, luci e ombre si affastellano e si inseguono, disegnando una vista dall’alto che scruta la città, ne ascolta il battito, ma prudentemente se ne tiene a debita distanza, una distanza di sicurezza, per così dire. Al di là della pittura, cosa ci regala il lavoro di Giorgio Ortona? Una cosa che non ha prezzo, ci ricorda la differenza che passa tra guardare e vedere, tra l’attenzione distratta che riserviamo spesso a ciò che ci circonda e l’infinita bellezza che invece si nasconde nelle pieghe delle “cose”, quando queste cose sono “abbracciate” dal nostro sguardo, a volte pudico, timoroso, ma in realtà pieno di affetto, di compassione.